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Violenza domestica e di genere: Italia ancora indietro

Il Consiglio d’Europa esorta le autorità italiane a dare piena esecuzione alla sentenza della Corte EDU sul caso Talpis c. Italia del 2017.

E’ il 18 settembre 2017 la data della prima condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in materia di violenza domestica e di genere per mancato rispetto da parte dello Stato dell’obbligo di assicurare le necessarie condotte positive. La condanna dichiarava come le autorità non avessero preso le misure necessarie a proteggere la donna dalla violenza del marito e che questo aveva favorito un aumento dell’aggressività sfociato poi nel tentato femminicidio della donna e nell’omicidio del figlio appena neomaggiorenne.

Si trattava del caso Talpis c. Italia. L’epoca dei fatti risale al 25 novembre 2013, proprio il giorno scelto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999, per celebrare la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Nello specifico la Corte EDU dichiarò la violazione da parte dell’Italia dei seguenti articoli della CEDU: diritto alla vita (art. 2), divieto di trattamenti inumani e degradanti (art. 3) e divieto di discriminazione (art. 14). Con riferimento a quest’ultimo, in particolare la Corte richiamava sia l’inefficacia delle riforme sostanziali poste in essere dal governo negli ultimi anni, sia la grave e diffusa tolleranza socio-culturale alla violenza domestica.

All’adozione in via definitiva della sentenza ha fatto seguito il relativo programma di esecuzione (ex art. 46 CEDU), incentrato su un principio di sorveglianza continua, in base al quale lo Stato contro cui è stata emanata la sentenza di condanna in via definitiva è tenuto costantemente sotto controllo dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, organo esecutivo, fin tanto che non adempia a quanto stabilito dalla Corte.

Punti di riferimento nel processo di esecuzione sono rappresentati, tra gli altri strumenti, dalla Raccomandazione Rec (2002) 5 del 30 aprile 2002 sulla protezione delle donne dalla violenza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, dalla Raccomandazione Generale n. 28 sugli obblighi fondamentali degli Stati parti di cui all’articolo 2 della Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di violenza contro le donne, delle Raccomandazioni della Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne del 15 giugno 2012, dal Rapporto reso dal Comitato Cedaw sull’Italia del 26 luglio 2011 e della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 2011

Il Governo italiano è stato pertanto chiamato a presentare un Piano d’Azione per l’esecuzione della sentenza, il quale ha definito le misure generali da assumere nella lotta alla violenza di genere sotto tre profili: le misure di protezione delle vittime della violenza domestica; il trattamento giudiziario del contenzioso avente ad oggetto la violenza sulle donne e in generale la violenza domestica; il trattamento specifico delle vittime.

Tuttavia, all’indomani di un primo esame, avvenuto il 6 giugno 2018, il Comitato dei Ministri ha richiesto ulteriori informazioni rispetto all’attuazione delle misure legislative esistenti, contestando di fatto il Piano d’azione presentato dal governo italiano.

Sebbene nel corso degli ultimi due anni l’Italia abbia adottato alcuni provvedimenti atti a contrastare la violenza  domestica e di genere, non da ultima la Legge n. 69 del 19 luglio 2019, nota come Codice Rosso, il Comitato dei Ministri, con la decisione del 1 ottobre 2020, si è detto non ancora soddisfatto delle misure messe in atto dal nostro Paese.

Il Comitato ha fatto presente la grave parzialità e insufficienza dei dati e delle informazioni raccolte per fornire un quadro chiaro dell’impatto delle misure adottate, come sottolineato anche dall’Associazione Nazionale D.i.Re “Donne in Rete contro la violenza”.

In particolare esso ha:

  • mostrato preoccupazione per l’elevato tasso di procedimenti interrotti nella fase istruttoria;
  • raccomandato la necessità di raccogliere tutte le informazioni utili per valutare la correttezza delle decisioni amministrative e giudiziarie (es. numero richieste, tempo medio emissione, numero ordini emessi e tempo medio esecuzione, numero procedimenti giudiziari avviati per violazione dei detti ordini e relativo esito);
  • richiesto di dare riscontro sulle misure adottate per garantire un’efficace risk assessment;
  • incentivato la formazione obbligatoria delle Forze di Pubblica Sicurezza in materia di violenza di genere;
  • mostrato preoccupazione per la permanenza di stereotipi di genere nella società italiana, incoraggiando le autorità a intensificare i loro sforzi per sradicarli e ottenere cambiamenti nei comportamenti culturali.

Le autorità italiane dovranno dare un riscontro entro il 31 marzo 2021.

Vedi anche Violenza domestica e assistita: primo rapporto del Consiglio d’Europa per l’Italia

 

 

 

 

 

 

2020-11-25T14:40:19+00:00 25 novembre 2020|News|

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