/Lo sfruttamento del lavoro minorile

Lo sfruttamento del lavoro minorile

Le norme internazionali principali per il contrasto dello sfruttamento dei minori nel lavoro sono la Convenzione dell’ONU sui diritti del fanciullo e le
Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) che
definiscono i diritti dei minori.

Fra i principi rilevanti della Convenzione delle Nazioni Unite dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ricordiamo:

1. il diritto alla sopravvivenza,
all’ascolto, alla non discriminazione del bambino per credo
religioso, razza, sesso e condizione;

2. il miglior interesse del minore
considerando la propria situazione;

3. la tutela delle condizioni di
esistenza, ovvero il diritto di avere attenzioni per migliorare la
vita;

4. la partecipazione del bambino alla
sua vita quotidiana, considerandolo come portatore di diritti in
quanto soggetto attivo e protagonista della sua crescita;

5. il diritto all’educazione
scolastica.

A ciascun diritto corrisponde un dovere
per gli adulti, famiglia ed educatori, enti locali, istituzioni che
lavorano con i bambini.

Se il lavoro minorile nuoce ad uno dei
suddetti diritti, diventa una forma di sfruttamento che non permette
il pieno sviluppo fisico, cognitivo, affettivo, sociale e morale del
bambino.

L’Articolo 32 della stessa
Convenzione dell’Onu prevede, in particolare, che: “Gli Stati parti
riconoscono il diritto dei fanciullo di essere protetto contro lo
sfruttamento economico e di non essere costretto ad alcun lavoro che
comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua
educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico,
mentale, spirituale, morale o sociale.”

Le Convenzioni dell’Organizzazione
Internazionale del Lavoro (ILO)

La Convenzione n.138 (1973) stabilisce
che l’età minima lavorativa non può essere inferiore all’età
prevista per il conseguimento della scuola dell’obbligo e in ogni
caso non deve essere inferiore ai 15 anni. I paesi con un’economia
e strutture scolastiche insufficientemente sviluppate possono fissare
l’età minima di avvio al lavoro a 14 anni, previa consultazione
con le organizzazioni sindacali e degli imprenditori. Mentre l’età
minima per l’ammissione al lavoro che può danneggiare l’incolumità
e la salute psico-fisica non deve essere inferiore ai 18 anni.

La Convenzione n.182 (1999) nasce con
l’obiettivo di eliminare le forme peggiori di lavoro minorile. Essa
sottolinea la necessità di un’azione immediata per combattere le
forme peggiori di sfruttamento dei bambini. Le disposizioni
principali della Convenzione chiariscono quali situazioni siano da
classificare come le forme peggiori di lavoro minorile e specificano
i provvedimenti che i governi devono adottare per vietarle ed
eliminarle.

In particolare, l’Articolo 3
definisce il lavoro minorile gravemente sfruttato come:

1. tutte le forme di schiavitù o
pratiche analoghe alla schiavitù, quali la vendita o la tratta dei
minori, la servitù per debiti e l’asservimento, il lavoro forzato
o obbligatorio, compreso il reclutamento forzato o obbligatorio di
minori ai fini di un loro impiego nei conflitti armati;

2. l’impiego, l’ingaggio o
l’offerta del minore ai fini di prostituzione;

3. l’impiego, l’ingaggio o
l’offerta del minore ai fini di attività illecite;

4. qualsiasi altro tipo di lavoro che,
per sua natura o per le circostanze in cui viene svolto, rischi di
compromettere la salute, la sicurezza o la moralità del minore.

La Raccomandazione n.190 (1999)
stabilisce che i lavori che compromettono la salute, la sicurezza e
la moralità del bambino sono:

1. i lavori che espongono i minori ad
abusi fisici, psicologici o sessuali;

2. i lavori svolti sotto terra,
sott’acqua, ad altezze pericolose e in spazi ristretti;

3. i lavori svolti mediante l’uso di
macchinari, attrezzature e utensili pericolosi o che implicano il
maneggiare o il trasporto di carichi pesanti;

4. i lavori svolti in ambiente
insalubre tale da esporre i minori, ad esempio, a sostanze, agenti o
processi pericolosi o a temperature, rumori o vibrazioni
pregiudizievoli per la salute;

5. i lavori svolti in condizioni
particolarmente difficili, ad esempio con orari prolungati, notturni
o lavori che costringano il minore a rimanere ingiustificatamente
presso i locali del datore di lavoro.

La Convenzione di Lanzarote

La Convenzione, siglata a Lanzarote il
25 ottobre 2007 ed entrata in vigore il primo luglio 2010, impegna
gli Stati membri del Consiglio d’Europa a rafforzare la protezione
dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, adottando
criteri e misure comuni per la prevenzione del fenomeno, il
perseguimento dei rei e la tutela delle vittime.

Si tratta del primo strumento
internazionale con il quale si prevede che gli abusi sessuali contro
i bambini siano considerati reati. Oltre alle fattispecie di reato
più diffuse in questo campo (abuso sessuale, prostituzione
infantile, pedopornografia, partecipazione coatta di bambini a
spettacoli pornografici) la Convenzione disciplina anche i casi di
grooming (adescamento attraverso internet) e di turismo sessuale. La
Convenzione delinea misure preventive che comprendono lo screening,
il reclutamento e l’addestramento di personale che possa lavorare
con i bambini al fine di renderli consapevoli dei rischi che possono
correre e di insegnare loro a proteggersi; inoltre stabilisce
programmi di supporto alle vittime, incoraggia la denuncia di
presunti abusi e di episodi di sfruttamento e prevede l’istituzione
di centri di aiuto via telefono o via internet.

La normativa italiana contro lo
sfruttamento del lavoro minorile


L’Italia si è occupata del problema
del lavoro minorile e dello sfruttamento dei minori nell’ambito
lavorativo attraverso una normativa dettagliata, anche se in alcuni
casi poco organica e frammentaria poiché frutto di numerosi
provvedimenti intervenuti nel corso di un tempo lungo, e tuttora in
continua evoluzione ed integrazione con il contesto internazionale.

Ciò anche perché i profili di tutela
dei minori dallo sfruttamento sono parte della più ampia necessità,
anch’essa crescente ed in evoluzione, di offrire tutela nel nostro
ordinamento contro lo sfruttamento del lavoro in sé (tema che
riguarda in particolare migranti ed extra-comunitari) e contro lo
sfruttamento sessuale dei minori.

Tra i provvedimenti più recenti,
segnaliamo il Decreto Legge 13 agosto 2011 n. 138 (“Ulteriori
misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e lo sviluppo”)
che è intervenuto contro il c.d. “caporalato”, ovvero lo
sfruttamento del lavoro irregolare.

Il provvedimento ha introdotto nel
codice penale l’art. 603-bis (“Intermediazione illecita e
sfruttamento del lavoro”), con un’importante novità anche a
rafforzare la tutela dei minori.

La nuova norma incriminatrice sanziona
con la reclusione da cinque a otto anni e con la multa da 1.000 a
2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato (oltre alle pene
accessorie previste dall’art. 603-ter c.p.) “chiunque svolga
un’attività organizzata di intermediazione, reclutando manodopera
o organizzandone l’attività lavorativa caratterizzata da
sfruttamento, mediante violenza, minaccia, o intimidazione,
approfittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori”
(art. 603-bis 1° comma c.p.).

Quanto al concetto di “sfruttamento”,
il successivo secondo comma fornisce degli indici presuntivi per la
sua sussistenza quali “la sistematica retribuzione dei lavoratori
in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o
comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro
prestato” o “la sistematica violazione della normativa relativa
all’orario di lavoro, al riposo settimanale, all’aspettativa
obbligatoria alle ferie”, le violazioni alla normativa in materia
di sicurezza e igiene del lavoro e la “sottoposizione del
lavoratore a condizioni di lavoro, metodi di sorveglianza, o a
situazioni alloggiative particolarmente degradanti”.

Tra le circostanze aggravanti di cui al
terzo comma dell’art. 603-ter, che comportano l’aumento della
pena da un terzo alla metà, è stato espressamente previsto il
“fatto che uno o più dei soggetti reclutati siano minori in età
non lavorativa”.

Con la Legge del 1° ottobre 2012, n.
172 è stata poi recepita nel nostro ordinamento la Convenzione di
Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e
l’abuso sessuale, siglata il 12 luglio 2007 dal Comitato dei Ministri
del Consiglio d’Europa.

La novità principale riguarda
l’introduzione di due nuovi reati: 

i) l’istigazione a pratiche di
pedofilia e di pedo pornografia (articolo 414 bis del codice penale)

ii) l’adescamento di minorenni o grooming (articolo 609-undecies
del codice penale).

Il primo prevede la reclusione da un
anno e sei mesi a 5 anni per chiunque, con qualsiasi mezzo, anche il
web, istighi il bambino o ragazzo a commettere reati come la
prostituzione minorile, la detenzione di materiale pedopornografico,
la corruzione di minori o la violenza sui bambini. La stessa pena è
prevista per chi faccia apologia di questi reati.

Il secondo definisce l’adescamento di
minore come “qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore
attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche
mediante l’utilizzo della rete Internet o di altre reti o mezzi di
comunicazione”, prevedendo la reclusione da uno a 3 anni.

Il legislatore ha inoltre riformulato
gli art. 600-bis e 600-ter relativi alla prostituzione ed alla
pornografia minorile.

Quanto al delitto di prostituzione
minorile, il nuovo testo dell’art. 600-bis configura due distinte
fattispecie aventi ad oggetto: la prima, le condotte di reclutamento
o di induzione alla prostituzione del minore di anni diciotto e la
seconda quelle di chi favorisca, sfrutti, gestisca, organizzi o
controlli la prostituzione di minori di diciotto anni, ovvero ne tragga in
altro modo profitto.

L’art. 600-bis non fornisce la
nozione di prostituzione minorile, valutando tradizionalmente il
legislatore il meretricio come un elemento normativo extragiuridico
della fattispecie. Va però evidenziato che la Convenzione (all’art.
19 § 2) individua la “prostituzione infantile” nel «fatto di
utilizzare un bambino per attività sessuali dove il denaro o altre
forme di remunerazione o corrispettivo siano dati o promessi come
pagamento, a prescindere dal fatto che tale pagamento, promessa o
corrispettivo sia fatto al bambino o a una terza persona».

Tre le novità dell’art. 600-ter
riformulato, segnaliamo che nel n. 1 del primo comma il legislatore,
nel riproporre la fattispecie di utilizzazione di minori nella
realizzazione di esibizioni pornografiche ovvero nella produzione di
materiale pornografico, ha aggiunto gli spettacoli pornografici,
mentre nel n. 2, alla già prevista condotta di induzione di minori a
partecipare ad esibizioni pornografiche ha aggiunto quelle di
induzione a partecipare a spettacoli pornografici e di reclutamento
dei minori per gli stessi fini.

Con una recentissima sentenza, le
Sezione Unite della Suprema Corte, risolvendo un contrasto
interpretativo insorto nella giurisprudenza di legittimità, hanno
statuito che la condotta consistente nel promettere o dare denaro o
altra utilità, attraverso cui si convinca una persona di età
compresa tra i quattordici ed i diciotto anni ad intrattenere
rapporti sessuali esclusivamente con il soggetto agente, integra gli
estremi della fattispecie di cui al comma secondo dell’art. 600 bis
c.p. e non quella di induzione alla prostituzione minorile di cui al
comma primo dello stesso articolo. Le Sezioni Unite hanno in
particolare precisato: – che l’atto sessuale compiuto dal minore
prostituito, a differenza di quanto avviene per i maggiorenni, non
può essere inquadrato in un’area di libertà;- che da tale assenza
di libertà della prostituzione minorile, di cui il fruitore della
prestazione sessuale non può non essere a conoscenza, discende –
in forza della precisa incriminazione prevista dal comma secondo
dell’art.600 bis c.p. – la punibilità della condotta del cliente
medesimo, che diversamente è immune da sanzione penale quando viene
in rapporto, sempre da cliente, con la prostituzione del soggetto
adulto; – che, in tale logica punitiva del cliente del minorenne, la
condotta di induzione alla prostituzione minorile di cui al primo
comma della disposizione citata deve essere sganciata dal rapporto
sessuale con l’agente, dovendo avere riguardo alla prostituzione
esercitata nei confronti di terzi, anche identificabili in un solo
soggetto purché diverso dall’induttore (Cass. Sez. Unite n. 16207
udienza del 19 dicembre 2013 – depositata il 14 aprile 2014).

La Legge di ratifica della Convenzione
ha, tra le altre novità, anche previsto l’allungamento dei termini
prescrizionali e l’inasprimento delle pene per molti altri reati
legati ai fenomeni dell’abuso sessuale.

Sempre tra le novità in materia,
segnaliamo, infine, che dallo scorso 6 aprile 2014 il datore di
lavoro che intende impiegare minori per lo svolgimento di attività
professionali o attività volontarie organizzate, deve richiedere il
certificato penale del casellario giudiziale, al fine di verificare
l’assenza di condanne per prostituzione e pornografia minorile,
detenzione di materiale pornografico, pornografia virtuale e
adescamento minori, ovvero di sanzioni interdittive all’esercizio di
attività che comportino contatti con minori.

La previsione è stata introdotta dal
decreto legislativo n. 39 del 4 marzo 2014, attuativo della Direttiva
Comunitaria 2011/93, finalizzato alla lotta contro lo sfruttamento
minorile sotto l’aspetto sessuale e la pornografia.

Certificazione dell’assenza di condanne

In particolare, il provvedimento ha
aggiunto l’art 25 bis al D.P.R. n. 313/2002 con cui si è previsto
che chi intende impiegare al lavoro una persona per lo svolgimento di
attività professionali o attività volontarie organizzate che
comportino contatti diretti e regolari con minori, deve chiedere il
certificato penale del casellario giudiziale dal quale risulti
l’assenza di condanne ai sensi degli articoli 600- bis, 600 – ter,
600 – quater, 600 – quinquies, 609 – undieces del codice penale e
l’assenza di misure interdittive che comportino il divieto di
contatti diretti e regolari con minori.

A seguito dei numerosi dubbi
interpretativi insorti in merito al perimetro di applicazione del
nuovo obbligo, il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha
emanato la Circolare 11.04.2014, n. 9, che ha anzitutto chiarito che
l’adempimento in questione riguarda esclusivamente i nuovi rapporti
di lavoro costituiti a decorrere dal 6 aprile u.s. e non si applica,
pertanto, a tutti i rapporti già in essere a tale data.

In ordine alla dizione di “impiego
al lavoro” ha altresì chiarito che una corretta applicazione
della previsione non possa essere limitata alle sole tipologie di
lavoro subordinato, ma debba ricomprendere anche quelle forme di
attività di natura autonoma che comportino, ovviamente, un contatto
continuativo con i minori, fra le quali, in primo luogo, eventuali
ipotesi di apprendistato, collaborazione anche a progetto,
associazione in partecipazione etc.

Rimangono invece fuori dalla sfera di
operatività dell’intervento normativo, quanto meno sotto il profilo
sanzionatorio, i rapporti diversi da quelli di lavoro in senso
stretto, e cioè i rapporti di volontariato. Pertanto, per le
organizzazioni di volontariato, l’obbligo di richiedere il
certificato sussiste nei soli casi in cui le stesse, per lo
svolgimento di attività volontarie organizzate, assumono la veste di
datori di lavoro.

Di ciò si ha la conferma dalla lettura
del comma 2 dell’art. 25 bis del D.P.R. in questione, nella parte in
cui riserva la sanzione amministrativa pecuniaria, per il caso di
mancato adempimento dell’obbligo di richiedere il certificato del
casellario giudiziale, al “datore di lavoro”.

Da ultimo, ha chiarito che rimangano
esclusi dal campo applicativo della disposizione i datori di lavoro
domestico nel caso di assunzione di babysitter o comunque di persone
impiegate in attività che comportino “contatti diretti e
regolari con i minori”; ciò in quanto il legislatore ha inteso
tutelare i minori quando gli stessi sono al di fuori dell’ambito
familiare, ambito nel quale il genitore “datore di lavoro”
può direttamente con maggiore efficacia attuare tutte le cautele
necessarie nei confronti del bambino/ragazzo.

Valutando l’obbligo sul piano della
sua estensione soggettiva, la Circolare ha altresì chiarito che
l’obbligo in questione riguarda i datori di lavoro che impieghino
personale per lo svolgimento di attività professionali “che
comportino contatti diretti e regolari con minori”, ivi comprese
le agenzie di somministrazione qualora dal relativo contratto di
fornitura risulti evidente l’impiego del lavoratore nelle attività
in questione.

Il personale interessato dalla
disposizione è solo quello che ha un contatto non mediato e
continuativo con i minori e pertanto l’obbligo non riguarda anche i
dirigenti, i responsabili, i preposti e comunque quelle figure che
sovraintendono all’attività svolta dall’operatore diretto, che
possono avere un contatto solo occasionale con i destinatari della
tutela.

Sempre secondo la Circolare,
l’adempimento dovrebbe essere circoscritto alle sole attività
professionali che abbiano come destinatari diretti i minori, e cioè
quelle che implichino un contatto necessario ed esclusivo con una
platea di minori (ad esempio insegnanti di scuole pubbliche e
private, conducenti di scuolabus, animatori turistici per
bambini/ragazzi, istruttori sportivi per bambini/ragazzi, personale
addetto alla somministrazione diretta di pasti all’interno di mense
scolastiche etc.). Rimangono pertanto al di fuori della previsione
normativa quelle attività che non hanno una platea di destinatari
preventivamente determinabile, in quanto rivolte ad una utenza
indifferenziata, ma dove è comunque “possibile” la
presenza di minori.

Finalità del reato di sfruttamento

Rimanendo sul piano della rilevanza
penale dello sfruttamento lavorativo del minore nel nostro
ordinamento, dobbiamo segnalare, ancora, l’art. 600 c.p. il quale,
nel prevedere il reato di “riduzione in schiavitù” sancisce un
aumento della pena da un terzo alla metà qualora la condotta
criminosa avvenga in danno di minore degli anni diciotto.

La Corte di Cassazione (Cass. pen. sez.
V del 25/02/2014 n. 9099) ha di recente confermato, sulla scia di un
orientamento uniforme, che ai fini della configurabilità del delitto
di cui all’art. 600 c.p., la condotta di riduzione o mantenimento di
persona in stato di soggezione, ove quest’ultima versi in situazione
di inferiorità fisica o psichica o di necessità, si ha con
l’approfittamento di tale situazione da parte dell’autore (Cass. Pen.
sez. III del 12 marzo 2009, n.13734).

La finalità di sfruttamento distingue,
pertanto, la fattispecie di cui all’art. 600 c.p. da ogni altra forma
di inibizione della libertà personale, determinante per la
configurazione di detto reato essendo poi lo stato di soggezione in
cui le persone offese dal reato versano, essendo sottoposte
all’altrui potere di disposizione, che si estrinseca nell’esigere,
con violenza fisica o psichica, prestazioni sessuali o lavorative,
accattonaggio o altri obblighi di “fare” (Cass. pen. sez. V
del 9 novembre 2005, n.43868). Non è poi necessaria un’integrale
negazione della libertà personale, ma è sufficiente una
significativa compromissione della capacità di autodeterminazione
della persona, idonea a configurare lo stato di soggezione rilevante
ai fini dell’integrazione della norma incriminatrice (Cass. pen. sez.
V del 26 gennaio 2011, n.2775).

Ma uno sfruttamento continuato, che non
assurga a forme riconducibili alla fattispecie dei cui all’art. 600
c.p., ma rimanga confinato in contesti specifici, ricade pur sempre
in altre fattispecie astratte di reato quale, per esempio, quella del
maltrattamento in famiglia (art. 572 c.p.) qualora il contesto sia
quello familiare (Cass. pen. sez. III del 5 giugno 2008, n. 27469).

Va pure evidenziato che la tutela dei
minori contro le forme di sfruttamento deriva, nel nostro
ordinamento, non solo dalla normativa penalistica ma anche da quella
che disciplina – in senso lato – l’accesso al mondo del lavoro
prevedendo una serie di limiti ben precisi alla capacità di lavoro
dei minori in relazione all’età e alle modalità di impiego,
aspetti, questi, in parte già passati in rassegna nei precedenti
capitoli.

Già l’art. 37 della Costituzione
riconosce, come evidenziato, alcuni principi fondamentali:

  • la competenza legislativa in tema di
    età minima per l’ammissione al lavoro (2°comma)
  • la necessità di una tutela speciale
    per il lavoro minorile
  • la garanzia per il minore, a parità di
    lavoro, della stessa retribuzione del lavoratore adulto (3°comma)

Tali principi sono peraltro
strettamente connessi ad altri sanciti dalla Costituzione quali la
protezione dell’infanzia e della gioventù (art.31, 2°comma); la
tutela della salute (art. 32); l’istruzione scolastica (art. 34) e
professionale (art. 35, 2°comma).

Abbiamo altresì evidenziato che una
delle principali fonti normative in tema di tutela del lavoro
minorile è tuttora la Legge 17 ottobre 1967, n.977, da ultimo
modificata dal decreto legislativo del 4 agosto 1999, n. 345, di
attuazione della direttiva n.94/33, relativa alla protezione dei
giovani sul lavoro, così come integrato dal D.Lgs.n.262, del 18
agosto 2000.

La Legge n.977/67 impone, infatti, la
tutela economica e previdenziale dei fanciulli di qualsiasi età. Ai
sensi della norma, i minori, pur se occupati contra legem, hanno
diritto non solo alla retribuzione contrattuale ma anche a tutte la
prestazioni assicurative previste delle vigenti norme in materia di
assicurazioni obbligatorie.

Inoltre, dà a tutte le norme poste a
tutela del lavoro minorile, il carattere della inderogabilità, con
conseguente indisponibilità negoziale (né per volontà unilaterale
e né su accordo delle parti) e nullità di eventuali clausole
contrattuali che non tengano conto dei divieti e limiti imposti dalla
norma.

Considera, infine, l’inosservanza ai
divieti come reato e prevede per la loro inosservanza una
contravvenzione, affidando il controllo del rispetto della Legge al
Ministero del Lavoro, che lo esercita tramite gli Ispettorati del
Lavoro.

Contenuti realizzati grazie al contributo reso a titolo gratuito da Mauro Esposito, Isabella Ferrarini e Antonello Prosperini del team legale del Gruppo Telecom Italia, nell’ambito di un’iniziativa pro bono per Save the Children.

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2018-10-22T15:38:22+00:00 29 agosto 2014|Operatori, Schede Tematiche|